domenica 16 dicembre 2012

Juraj Jakubisko a cura di Paolo Vecchi (Edizioni Lindau)



Lo slovacco Juraj Jakubisko (1938) è uno dei registi più dotati tra quelli formatisi nell’ambito della Nová vlna, la straordinaria vague cinematografica praghese degli anni ’60. La sua propensione per il disegno e la pittura sembra destinarlo all’Accademia di Belle Arti, ma il caso lo spinge a iscriversi alla FAMU, la fucina di talenti nella quale si diploma nel 1965 con Cekají na Godota [Aspettando Godot]. Nel 1967 esordisce nel lungometraggio con Kristove roky [Gli anni di Cristo]. Ma è con Il disertore e i nomadi (Zbehovia a pútnici, 1968), premiato a Venezia e Sorrento, che il suo estroso e personalissimo modo di fare cinema si impone a pubblico e critica di tutto il mondo. Dopo Vtáckovia, siroty a blázni [Uccellini, orfani e pazzi, 1969], affronta l’ambizioso progetto di Dovidenia v pekle, priatelia [Arrivederci all’inferno, amici, 1970]. Ma i censori del regime filosovietico instauratosi dopo il 21 agosto 1968 boicottano la realizzazione del film, che sarà completato solo vent’anni dopo. Jakubisko è messo al bando per quasi un decennio, nel corso del quale gli è concesso di realizzare solo documentari. Nel 1979 torna al lungometraggio di finzione con Postav dom, zasad’ strom [Costruisci una casa, pianta un albero], a cui fa seguito la commedia Nevera po slovensky [Infedeltà alla slovacca, 1980]. Ma è Tisícrocná vcela [L’ape millenaria, 1983], fantasmagorica saga multigenerazionale a segnare il rilancio di Jakubisko a livello internazionale, vincendo premi a Venezia, Belgrado e Siviglia. Seguono Frau Holle - La signora della neve (Perinbaba, 1985), con Giulietta Masina, «prestatagli» dall’amico di sempre, Federico Fellini, Pehav´y Max a strasidlá [Max il lentigginoso e i fantasmi, 1987] e Takmer rúzov´y príbeh [Una storia quasi rosa, 1990], titoli che vanno a costituire una sorta di trilogia fantastico-fiabesca interrotta da Sono seduto sul ramo e mi sento bene (Sedím na konári a je mi dobre, 1989), che sembra presentire l’imminente caduta dei regimi esteuropei. Il successivo Lepsie byt’ bohat´y a zdrav´y ako chudobn´y a chor´y [È meglio essere ricchi e sani che poveri e malati, 1992], è una caustica riflessione sul dopo ’89, anche se poi, con Nejasná zpráva o konci sveta [Un messaggio ambiguo sulla fine del mondo, 1997], il regista torna alla metafora fantastica. La sua opera ultima è il discusso Post coitum [id., 2004]. Nel 2000 una giuria di critici ha proclamato Juraj Jakubisko miglior regista slovacco del XX secolo.

Paolo Vecchi, critico cinematografico, saggista, collaboratore del mensile «Cineforum», è autore e curatore di monografie su Forman, Tarkovskij, Kusturica, Kawalerowicz, Tarr e Gothar. Presso Lindau ha pubblicato «Sciogliere e legare - Il cinema ungherese degli anni ’60» (1996), «Lampi e speroni danzanti - Temi e atmosfere del western psicologico» (2000, con Cesare Secchi), «Cinenotizie in poesia e prosa - Zavattini e la non-fiction» (2000, con Tullio Masoni) e «Diamanti della notte - Il cinema di Jan Nemec» (2004).).

Nessun commento:

Posta un commento