mercoledì 19 dicembre 2012

Ingmar Bergman «Fanny e Alexander» a cura di Lucilla Albano (Lindau)



Senza rinunciare a essere moderno, ma abbandonando qualsiasi forma di sperimentalismo, Bergman si rivolge al grande pubblico con un’opera che coniuga la coscienza della scrittura cinematografica con la densità della narrazione classica e il fascino del realismo magico, creando una partitura di immagini in grado di restituire la realtà delle cose, ma soprattutto l’ineffabilità della vita interiore. Come forse nessun altro nel cinema, e come avevano fatto prima di lui Ibsen e Strindberg nel teatro, Bergman inventa una drammaturgia nuova per raccontare le angosce, le paure e i fantasmi di una soggettività tutta moderna, in cui i conflitti, i dolori e i disagi sorgono dal di dentro, da una psiche inquieta e divisa. La conquista più grande del film sta nell’aver trovato cadenze, ritmi, figure, immagini in grado di descrivere questo paesaggio dell’anima fatto di luoghi, corpi e volti che si fondono insieme e si ricollegano ad antiche radici familiari e a memorie infantili senza tempo, «un mondo perduto di luci, profumi, suoni».
 
Lucilla Albano insegna Interpretazione e analisi del film al DAMS dell’Università Roma Tre. Tra le sue ultime pubblicazioni: Il secolo della regia. La figura e il ruolo del regista nel cinema, Marsilio, 1999 e 2004; Lo schermo dei sogni. Chiavi psicoanalitiche del cinema, Marsilio, 2004; e, insieme a Veronica Pravadelli, Cinema e psicoanalisi. Tra cinema classico e nuove tecnologie, Quodlibet, 2008.

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