domenica 22 aprile 2012

Dalla prossima settimana su BePop “Occhio di bue” a cura di Maurizio Patella

Quanti pollici mi hanno coperto? Quante pieghe sono capitate sul mio nome mentre premevate una pagina appallottolata dentro ai mocassini zuppi di pioggia? Quante volte avete strappato, lacerato, diviso a metà il mio nome per impacchettare una bottiglia di spumante, mentre io me ne stavo in un teatro a distinguere i bisbigli del pubblico, a sentirlo sibilare, pronto a giudicarmi, divorarmi? Non lo sapete, ma forse avete letto il mio nome una domenica pomeriggio. Eravate sdraiati sul divano, la televisione accesa, le gambe allungate sul tavolino di cristallo; i lembi del giornale vi coprivano come un piumone. Oppure un venerdì mattina, al bar. Una manciata di minuti prima dell’ufficio; l’ultimo boccone di brioche appena inzuppato nel cappuccino vi gocciolava tra indice e pollice, e poi sul giornale sotto i gomiti; con un fazzoletto di carta avete tamponato il giornale, strofinato un poco, riducendo il mio nome a una poltiglia scorticata. Un nome sul giornale lo si paga con una corsa pazza. Lo si paga galoppando al cesso per colpa della pisciarella che ti assale ogni volta che affronti la belva feroce che ha pagato il biglietto. Lo si paga spremendo la vescica, stropicciando i genitali, contorcendosi, cercando di ripetersi con la bocca impastata che si sta vivendo il sogno e che non bisogna avere paura del pubblico, no, è solo questione di concentrazione, pensa al personaggio, anzi non pensare a nulla che sennò ti paralizzi, aiuto mamma, mentre una parte di te fuori controllo apre e chiude il rubinetto affinché lo scroscio ti induca a stillare una goccia di pipì. Maurizio Patella è il mio vero nome. Iscrivendomi all’Enpals (l’ente che non cura gli interessi degli attori), avrei potuto optare per un nome d’arte, ma quando ti chiami Maurizio Patella la scelta è obbligata: la musicalità, la sentite? La verve? La pungente ironia? Già, anch’io non la sento. Per niente. Ma quella mattina di alcuni anni fa, davanti al modulo dell’Enpals su cui mi veniva posta la domanda amletica – essere o non essere Maurizio Patella? – deglutivo per l’emozione – essere o non essere Maurizio Patella? – sbranavo il tappino della bic, lo mordicchiavo, lo sputavo – essere o non essere Maurizio Patella? – leccavo la catenella legata alla bic, snocciolavo con la lingua le piccole sfere d’acciaio, gustavo la ruggine. Non avevo mai ragionato sul mio nome. Uno se lo porta dietro tutta la vita, ma è come se non l’avesse mai udito davvero. Maurizio. Strano, esotico. No, orribile. Mh, e Patella? Patella come il mollusco di mare? Come la cozza? No, Patella no, dai. Troppo vongolesco, scogliesco. Troppe alghe marce. E poi facile storpiarlo. Accettare di propormi come Patella mi avrebbe esposto agli attacchi dei maligni, ai paragoni, alle battutine. Ma i miei genitori come l’avrebbero presa se avessi rinunciato al nome di famiglia? L’impiegata allo sportello mi osservava. Sputai la bic, sorrisi. Zac, sbarretta trasversale. Avrei sfondato come Maurizio Patella.

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