mercoledì 15 febbraio 2012

CINE TEATRO DUNI. Intervento di Luigi Acito


C’è nell’immediato dopoguerra una grande aspirazione della città a modernizzarsi e ad evolvere verso più civili condizioni di vita. Una serie di fermenti attraversano la società materana: la popolazione indigente, per lo più stipata nelle miserevoli abitazioni dei Sassi, spinge per conquistare soglie di civile sopravvivenza, mentre un emergente ceto borghese e produttivo dirige le prime iniziative private verso nuove direzioni di espansione urbanistica. Il “Cristo” di C. Levi, pubblicato nel 1945, richiama l’attenzione della politica e della cultura nazionale su Matera “città emblematica del sottosviluppo del Mezzogiorno d’Italia”. Misure economiche e opere pubbliche, messe in cantiere a partire dal ‘46 per tamponare una grave crisi economica, attivano processi nuovi di espansione dopo la stasi costruttiva della guerra. Nuovi settori economici vengono esplorati e vengono realizzati, con caratteri innovativi, servizi per migliorare la qualità della vita nella città.
In questo contesto, due privati cittadini, il cav. Carlo Conti, tipografo-editore e l’avv. Domenico Latronico, interpretando anche un bisogno culturale della città, danno prova di attivo civismo, commissionando, nell’estate del ‘46, ad un giovane architetto materano, Ettore Stella, il progetto di un cinema teatro con annesso un albergo, da ubicarsi in un’area interstiziale e centrale della città, fra via Roma e via Lucana. I due imprenditori mostrano di possedere una chiara idea di “modernità”: essi pensano che sia necessario dotare la città di nuovi servizi al passo con i tempi e pensano a strutture moderne e funzionali, confidando nel ruolo decisivo dell’architettura, disciplina capace di interpretare le aspettative civili della città. Con queste motivazioni decidono di incaricare per la progettazione il giovane Stella, laureatosi a Roma e già noto alle cronache di architettura del tempo per aver vinto, qualche anno prima, ancora studente, il concorso nazionale tra gli allievi di tutte le facoltà di architettura italiane con un progetto di Auditorium per l’Esposizione Universale di Roma del ‘42. Un felice connubio si viene a realizzare tra imprenditori, che ben interpretano il desiderio della città di liberarsi dei lunghi anni di sofferenza e di guerra, e un architetto che, cresciuto alla scuola dell’architettura moderna, non aspetta altro che mettere in pratica gli insegnamenti appresi dalla lezione dei maestri europei e americani: Terragni, Gropius, Wright e Neutra, sono quelli a cui Stella guarda per produrre la prima opera di architettura “moderna” a Matera con caratteristiche decisamente originali. Il “Duni” è la prima opera civile che Stella progetta dopo aver esercitato le proprie capacità progettuali presso un affermato studio professionale di Roma. Stella si concentra su quest’opera per mettere alla prova non solo le maestranze e gli artigiani locali, quanto l’intera città. E per Matera si tratta della prima opera interamente realizzata in cemento armato. Stella farà intervenire addirittura carpentieri dal nord per insegnare alle maestranze materane, esperte soprattutto nella lavorazione del tufo, l’uso del cemento armato. Il giovane architetto è consapevole delle difficoltà costruttive di una tecnica per certi versi nuova, ma è pronto ad affrontare una sana battaglia per affermare il ruolo educativo che la buona architettura ha deciso di svolgere a Matera, come altrove, nell’immediato dopoguerra. Ci troviamo di fronte ad un progettista audace e per tanti aspeti artefice e iniziatore di una nuova architettura, che si assume consapevolmente il compito storico di chiudere a Matera il periodo dell’architettura “burocratica e monumentale”. Con la realizzazione del “Duni” si compie, nell’architettura civile della città, una decisa solta: in essa, investimento economico, scelta del progettista, applicazione di nuove tecniche edilizie, uso di materiali e disponibilità delle maestranze locali si fondono felicemente nell’esprimere “una condizione civica” assolutamente nuova nel dopoguerra. Non è difficile cogliere, allora, la forte componente civile e simbolica che il “Duni” rappresenta e nella quale tutta la città si identifica. Il linguaggio architettonico introdotto da Stella ondiziona il rinnovamento delle tecniche costruttive a Matera e inaugura una stagione nuova che aprirà la città ad ulteriori e significativi apporti negli anni successivi. Esso annuncia i “valori nuovi” del “moderno” in una città ancora intrisa di edilizia burocratica: “Aveva Cristo finalmente mandato un suo profeta oltre Eboli che non fosse il solito ingegnere del Genio Civile”?


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