sabato 1 ottobre 2011

Alessandro Agostinelli , "Un mondo perfetto. Gli otto comandamenti dei fratelli Cohen" (Edizioni Controluce). Di Michele Lupo

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Il saggio di Alessandro Agostinelli affronta, prima che il cinema dei fratelli Coen, un ampio regesto di opinioni, letture e interpretazioni che quel cinema ha suscitato: in esso infatti sembrano coincidere tutte le condizioni perché la critica (decente o farlocca) si eserciti a piene mani. E qui la parentesi è lunga ma necessaria. Negli ultimi decenni, accanto alla critica addestrata, ossia avvezza a crearsi gli strumenti di una conoscenza minima della storia tout court e della storia letteraria – senza le quali il cinema è mero spettacolo - si è beatamente affiancato un esercito di sedicenti cinephiles a digiuno di tutto tranne che di festival – basta farsi un giro in rete per imbattersi in schiere di coglioni che non sanno chi siano Jean Renoir o René Clair o Pabst ma sanno tutto sull’ultimo guitto che durante le riprese dell’unico film del solito stronzetto figlio del papà imprenditore di mortadella datosi al cinema si è scopato “quella che aveva pure lavorato in televisione ma poi non se n’è saputo più niente”. Sui loro profili facebook di pischelli fabbricati in Dams, leggi “critico cinematografico” - quando noi in Italia avremmo bisogno di agronomi, geologi, genetisti.
Ora, leggendo il volume di Agostinelli quest’aria ammiccante che imperversa nel cicaleccio cinematografaro, che gioca con una lingua da “addetti ai lavori”, farebbe capolino da subito essendo il cinema dei Coen ricco di “storia del cinema”, dunque idoneo come pochi altri a essere interpretato. Così, il libro è ingolfato di citazioni, articoli apparsi su riviste specializzate, testimonianze, autorecensioni beffarde degli stessi irriverenti fratellini…
Fortuna che Agostinelli il loro cinema se l’è sciroppato a lungo e sa quel che dice. Il suo punto di vista è onestamente schierato a favore di una lettura entusiastica tesa a smentire l’assunto di un cinema autoreferenziale, cosa che piace molto agli ambienti di cui sopra. Contro l’idea che i fiim dei Coen possano ridursi a mero gioco intertestuale e postmoderno con la tradizione filmica, Agostinelli vede bene che il gioco se c’è è serio, dato che investe, attraverso il cinema, l’immaginario stesso dell’America – il che, una lettura delle cose attraverso il filtro delle forme usate per raccontarle, è un modo per un artista legittimo quanto forse obbligato di pronunciarsi.

continua qui Il Paradiso degli Orchi

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