mercoledì 7 settembre 2011

IL CINEMA SALVATO DAL SUD di Rita Picchi (Kurumuny)






















“Davvero il cinema italiano verrà salvato dal Sud?” In una parentesi di intensa e frenetica sovraesposizione mediatica a cui, da un po’ di tempo a questa parte, sembra essere sottoposto il Meridione, questa provocazione si presenta come estremamente interessante e quanto mai attuale! Ma sicuramente anche gravida di insidie e trabocchetti, di inganni e agguati e perciò suscettibile di una guida ferma e radicata, capace di sciogliere il bandolo della matassa per ricondurci agli esordi di un cinema “testimone continuamente rinnovato di riscontro del reale”, “spettatore mai troppo svagato dei percorsi accidentati della nostra società”. E così onore e merito alla brillante opera di Rita Picchi, che si inserisce a pieno titolo in questo fortunato filone della cultura subalterna, ma solo attraverso un’analisi critica fortemente appassionata, un apparato semiologico degno di nota e soprattutto un’intuizione straordinaria che attesta il suo lavoro ai valori della ricerca e dell’approfondimento. Originale e personale infatti la colonna portante dell’intera struttura, ossia l’instancabile correlazione, che l’autrice individua tra film e documentario, soffermandosi in particolar modo sui documentari antropologici di ascendenza demartiniana e andando ben oltre quello che essi rappresentano apparentemente. Li proclama infatti testimoni della sua teoria perché parte essenziale di un processo creativo e riscontra in essi una riserva incessante di inventiva in termini di idee, artigianalità e tecnologia. Il regista non è semplicemente considerato un antropologo ma tutt’al più è la sua conoscenza antropologica che gli permette di accostarsi ai temi propri della cultura arcaica rivisitati però in chiave moderna. Dunque un excursus penetrante e vitale quello che propone Il Cinema salvato dal Sud, un pellegrinaggio profondo e sentito che prende le sue mosse da un amore incontrastato per il cinema, fautore di se stesso, per dipanarsi in una riflessione attenta e minuziosa sui “film ineducati, mal pensanti e politicamente scorretti”. Le opere di Rubini, di Winspeare, per citare solo alcuni dei registi presi in esame, vengono storicizzate attraverso l’individuazione di più livelli di lettura: il rapporto tra magia e religione, il sud con i suoi elementi, la luce, i colori, persino l’odore forse di una cultura d’origine non ancora omologata. È la storia sociale, il patrimonio, la comprensione, a volte probabilmente inconscia di una regione a dare forza e vigore al lavoro di questi giovani registi; è il loro sud il luogo dell’anima e la meta fortemente privilegiata dove rifugiarsi per cercare e trovare se stessi e per regalare eventualmente un briciolo di questa scoperta al miglior cinema italiano.

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